Se poi non interessa a nessuno è un altro discorso.
Ho venduto la chitarra. Elettrica. Bellissima.
Che quanto era figo avere la chitarra elettrica al liceo.
Per comprarla partii di mattina presto dal mio paese e andai in città, a Via San Sebastiano. C’era anche mia madre con me, che sorvolava sui miei “a me mi piace fa’ i’ chitarrista”. Finsi di portarla con me perché, andando con i mezzi, lei poteva suggerirmi come arrivare alla “via dei musicisti” di Napoli; in realtà quando lei mi diceva Prendiamo questo bus, io le rispondevo Ma no, con la metro arriviamo subito.
Non ci mise molto a capire che io a Napoli ci andavo spesso. E che, forse, a scuola, ci andavo un po’ meno.
Non costava molto la mia chitarra, ma era bella. A quel tempo seguivo lezioni private da un maestro compaesano.
Era un bidello con moglie e figlia a carico che ogni mattina lasciava il paese per andare a Formia.
Era eccezionale nel blues.
Ad ogni lezione, come prima cosa, mi accordava la chitarra. Mentre lo faceva iniziava a suonare. Alla fine della lezione io pensavo “cazzo, quant’è bravo”, rimettevo a posto lo strumento – ormai accordato, ma in realtà lo era pure all’inizio – e me ne andavo contento pur non avendo imparato una mazza.
No, in realtà era un bravo insegnante.
Tendo a gonfiare i ricordi, io. E gli affetti.
A pensarci non l’ho usata neanche più di tanto, la chitarra elettrica. Faceva figo, sì, ma ero più bravo con la classica; il mio maestro quella m’insegnava. Ma al liceo tutti volevano il rock, e io a stento riuscivo a mantenere il plettro e ancora oggi mi riesce meglio suonare con le dita.
Un giorno un tipo del liceo mi chiese se poteva venire a fare una suonata da me. Non l’ho mai frequentato molto questo tipo; non era in classe mia, ma era del mio paese, e in qualche modo ci conoscevamo. Venne da me col suo ferro e io collegai all’amplificatore il mio. Nemmeno il tempo di una Smoke on the water, e si sentì un fischio che superò i nostri accordi distorti. Dovevamo smettere di suonare, che stavamo rompendo i coglioni.
Una misera figura con quel tipo del mio paese tanto entusiasta di venire a suonare da me. Forse per questo non l’ho più frequentato.
Di fatto ora ho venduto la chitarra, e non mi va di dire il modello, la forma e il colore, che io sono un tipo sentimentale, che si attacca alle cose e alle persone. Quando mia madre ha saputo che volevo venderla mi ha detto “te la compro io”, e la cosa mi ha stupito. Forse le è venuta in mente la lunga traversata tra pullman treni e metropolitane per arrivare a comprarla, e ha pensato che non ne è valsa la pena per un oggetto tenuto in casa manco dieci anni. Ma l’ho venduta lo stesso, ché tenerla ferma a prendere polvere era un’offesa anche per lei.
Per fortuna sono cresciuto, e ho capito che con la chitarra non ci avrei sicuramente mangiato. Mi sono venduto il sogno su ebay, e a dire il vero ci so andato pure bene col prezzo. La chitarra, quella classica, continuo a strimpellarla senza plettro quando mi viene voglia, ma di chitarristi ce ne sono un centinaio, solo considerando quelli del mio pase.
Tra qualche settimana parto per Milano.
Vado a studiare cinema, che a me mi piace fa i’reggista.

Io ci ho provato una volta a vendere la mia chitarra elettrica. Anche io la comprai a San Sebastiano con mia mamma, ma più di un decennio prima di te mi sa.
Presi questa decisione di disfarmene e andai a prenderla nello sgabbuzzino per fare le foto. Aprii la custodia e scoprii che era ancora accordata, luccicante e con il manico liscio liscio.
La rimisi a posto e su ebay comprai un amplificatore.