È successo che Tarantino, col suo ultimo e riuscitissimo film, abbia ancora una volta omaggiato il cinema italiano. Bastardi senza gloria si rifà, nella trama e nel titolo, al nostrano Quel maledetto treno blindato, che nella versione americana uscì col titolo The Inglorious Bastards. A Tarantino è bastato aggiungere una “u” e modificare “bastards” in “bestards” per omaggiare e allo stesso tempo prendere le distanze dal film di Enzo G. Castellari.

È successo che Castellari ha realizzato un nuovo film, Caribbean Basterds, restituendo nel titolo l’omaggio a Tarantino. Tra l’altro, uno dei personaggi del film porta proprio il cognome del regista de Le Iene. Che sia uno scambio di simpatie, o che Castellari abbia voluto approfittare della sua nuova popolarità dovuta a Quentin, lo decidano l’esperienza e la malizia del lettore.

È successo che l’ultimo numero de L’Espresso dedica alcune pagine alla prossima mostra di Venezia, che sarà sotto il segno di Quentin Tarantino. Tra le varie pagine, spunta un piccolo box su Barbara Bouchet, che racconta compiaciuta di come, qualche anno fa, proprio al lido c’era un giovane regista americano che desiderava ardentemente conoscerla. Da allora è nata un’amicizia con il devoto Tarantino, che le riempì anche la casa di fiori. La Bouchet ammette pure di aver rifiutato di fare un cameo per un suo film. «Se davvero mi ama», dice, «che mi dia una parte.»

È successo che su La Repubblica ci sia una breve intervista all’ex nonnolìbero Lino Banfi. Dico “ex” perché il grande caratterista ha deciso che ormai il ruolo del buon nonno d’Italia gli sta stretto. Anzi, ammette che proprio il ruolo di “buono” gli sta stretto. Come uscirne allora? Banfi dichiara che alla prossima mostra supplicherà Tarantino – con cui pure si conobbe in qualche “Venezia” fa (Tarantino lo definì maestro) – di dargli una parte da cattivo. Ancora una volta, in nome della devozione di Quentin verso il cinema italiano degli anni settanta/ottanta.

È successo che proprio di quel cinema, Tarantino è stato figlio. Cresciuto a pane e spaghetti-movies, ha saputo cogliere dai padri Banfi, Bouchet, Castellari (ma anche Leone, Bava, Argento) ciò che c’era di positivo per rielaborarlo a modo suo e migliorarlo nei suoi film. Ed è successo che qualche anno fa lamentò la crisi di quel tipo di narrazioni, che comportava una forte crisi nel cinema italiano tutto. Ci fu scandalo e costernazione.

E sembra che ora, proprio i padri di Tarantino, vedano in lui un figlio che ha fatto carriera; sognano che restituisca loro la gioventù che gli hanno donato in passato e, con quello, l’illusione di una nuova gioventù di questo cinema sempre più anziano. Perché forse, in fondo, Tarantino non aveva poi tanto torto a lamentarsi del nostro cinema.

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