Kasia Smutniak in una scena del film

Una fondamentale premessa: ma quanto è bella Kasia Smutniak?!

Perché andare a vedere La passione? Ok, c’è la Smutniak, ma non basta. Piuttosto perché c’è Corrado Guzzanti. O perché era uno dei film italiani in concorso a Venezia. O anche solo perché l’idea di fondo è simpatica.

Il film mostra bene la passione (appunto) di un modesto cineasta italiano, sbattuto tra le intrusioni delle televisioni (ne parlavo ieri) e i compromessi cogli sguaiati enti pubblici.

Il regista (un Silvio Orlando un po’ fiacco) non fa film da cinque anni, ed ottiene finalmente una nuova possibilità grazie a un amico attore e stronzo, che lo propone  per dirigere la nuova starlet televisiva (una brava Cristiana Capotondi). Ma in una passione che si rispetti, ci deve essere un Giuda. Stavolta, a tradire il povero regista, è l’ispirazione.

Sono esemplari allora le sequenze in cui il protagonista cerca a tutti i costi l’ispirazione, sintesi della mediocrità e della mancanza di fantasia (non sempre) italiana. Il regista pensa allora a un’eventuale storia di una maestrina ottocentesca, accessoriata di bambino sofferente per la morte del padre. O ancora pensa alla storia della donna piratessa che diventa regina dei mari (per quanto sia uno spunto orribile, sarebbe finalmente innovativo per il cinema italiano contemporaneo).

Il regista si trova  infine a dover fronteggiare l’attrice. Zero idee. Si guarda un po’ intorno, pensa alla vicina di casa che sta spiando da qualche giorno (ché ogni regista è un po’ stalker) e butta al volo un’idea: la storia di una ragazza che convive con un musicista in un paesino di provincia. Le cose vanno male, e il musicista parte per la Finlandia per una tournée (?). La ragazza però, colpo di scena, è incinta. Decide allora di ricercare il proprio amore fino in capo al mondo. Lo cerca e non lo trova. Finalmente trova la lista delle date del tour del fidanzato (?), quindi si reca a un suo concerto. Sta per avvicinarsi, ma lo trova (colpo di scena) a baciarsi con una finlandese. E a questo punto ci sta bene un “eccetera”.

La passione - la locandina

Divertente, io pensavo. Un’altra bacchettata amichevole a un tipo di cinema italiano.

E invece no, perché al regista Silvio Orlando l’idea inizia a piacere veramente. Tanto da infuriarsi quando la stellina televisiva ritiene l’idea poco originale (il nostro protagonista allora risponde paragonando l’idea alla Adèle H. di Truffaut. Colpo basso, caro Mazzacurati).
E allora lì capisco che il film non funziona. Perché quando c’è questo diverbio tra il regista e l’attrice, porca miseria!, mi accorgo che sto dalla parte di lei! Ma come… tu non fai film da cinque anni, e te ne esci con la solita storia intimista con una serie di colpi di scena da soap opera? E scusa non era meglio la piratessa, poi?

Ma non è nemmeno solo questo. La passione non riesce a rendere del tutto. Certo, qualche cosa di divertente c’è, come i bambini costretti a scrivere i copioni di una rappresentazione perché le fotocopiatrici sono guaste. E poi, non c’è niente da fare, un divano letto che non si apre fa sempre ridere! (di che anno era Lolita?) E salviamo anche Guzzanti e il sempre spontaneo Giuseppe Battiston.
Ma l’idea non rende. La metafora della passione è debole, e si disperde.

E allora sarebbe stato più corretto chiamarlo La capata, che dal gergo giovanile napoletano indica una fissazione, meno che un hobby, figuriamoci una passione. Dopo un po’ l’idea alla base del film diventa fiacca, la capata passa, e capisci che tutto sommato ne avresti tranquillamente potuto fare a meno.

Vedi anche:

Domandarsi fra l’altro

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