Archivio per la categoria ‘cinema’

Ho visto cose.
Ho visto persone vessate e schernite da chi si conforma alle regole;
Ho visto gente umiliata, derisa; Gente sofferente;
Ho visto malati di leucemia, di tumore;
Ho visto immigrati, ex galeotti, emarginati, pattume sociale;
Ho visto gente stuprata, violentata, malmenata;
E ho visto bambini tanti bambini;
Poi dice Perché non vai a vedere i festival di cortometraggi.

Arrivato a casa, la sera, per distrarmi mi è venuta voglia di cinema.

Sulla mia insofferenza verso l’argomento, vedi qui.

Ultimamente mi è capitato spesso di vedere amici girare – per un cortometraggio o per esercitazione – scene di poker.
Non mi ha mai appassionato il poker, ma non lo si può negare: la difficoltà registica di intrecciare in modo giusto tutti gli sguardi, e le opportunità narrative di utilizzare i temi del rischio, del gioco “adulto”, della sfida, e in buona sostanza dei conflitti, lo rendono un elemento fortemente valido di narrazione filmica.

Ultimamente mi è capitato di guardare Regalo di Natale. Non mi ha mai appassionato Pupi Avati, ma non lo si può negare: è uno dei pochi italiani che riesce a raccontare in modo interessante storie provinciali (sia nel senso buono che non).
A parte gli horror, finito di vedere un suo film ho sempre la sensazione che manchi qualcosa. Che il film abbia potenziale non sfruttato. Che Il cuore altrove è un film capace che non si applica.
C’è anche da dire che io arrivo spesso in ritardo; amo film di cui, alla prima visione, ho pensato Che film dimmèrda. Adoro Wes Anderson, ma la prima volta con i Tenenbaum ho pensato Ma ‘nsomma che è? Il quale, detto fra noi, non era manco un pensiero da citazione ai posteri.

Ultimamente mi è capitato di vedere Regalo di Natale, dicevo. E mi è piaciuto. Fra i film in cui succede di tutto, con un avvicendarsi fittissimo di accadimenti che poi alla fine non ti ricordi manco bene qual è la trama, e un film che riesce a raccontarti tutta la storia ragionando su singoli momenti, su una giornata, ho sempre preferito questi ultimi. Sono un fan scatenato di Sleuth, gli insospettabili (sia l’originale che il remake); ho apprezzato moltissimo Carnage di Polanski. Mi incuriosisce parecchio Buried, che però non ho ancora visto. E l’idea di incentrare un intero film su una partita di poker, strutturando la trama come una partita stessa, fra bluff e colpi da maestro, mi ha entusiasmato tanto che ne ho visto anche il sequel (La Rivincita di Natale).

Non sto parlando di capolavori, ma di film che si lasciano guardare con stima per il regista. Lo ripeto: sono due ore incentrate su una notte in cui quattro tizi giocano a poker. Mica facile ottenere attenzione, eh! Comprensibile poi l’utilizzo di flashback per riprendere un po’ di fiato dalla narrazione. Se fosse riuscito a farne a meno, sarebbero stati prodotti davvero notevoli. E azzeccata anche la scelta di prendere un attore comico e farne un personaggio serioso e che sta anche un po’ sul cazzo (il bravissimo Carlo Delle Piane). E’ un processo di “rivalutazione dell’attore comico” che piace tanto all’Avati ma che non sempre gli riesce – l’Ezio Greggio martire ne Il papà di Francesca non è riuscito granché.

Io invece ho attuato un altro processo di rivalutazione personale: per me ha riacquistato punti Avati e ha riacquistato punti persino il
poker. Ho cliccato sul primo sito di poker online cercando su google e ci ho fatto un po’ di partite.
Ma non sono capace.
Non ci giocherò più.

L'ispettore Clouseau

Volevo fare una tesi di laurea su Peter Sellers.

L’ilarità che al cinema – o in tv – mi dà una battuta orgogliosamente demenziale, spesso figlia del nonsense, e la fascinazione che provo per un certo tipo di film inglesi (i classici della Ealing Studios, per dire), non potevano che farmi adorare un tipo come lui.
Quindi volevo fare una tesi su Peter Sellers.

Ero ammirato dalle sue abilità trasformistiche, per le quali lo si vedeva interpretare più ruoli in uno stesso film: e non parlo solo dei film di Kubrick; mi riferisco anche a quel gioiellino che è Il ruggito del topo dove, come in Stranamore, Sellers interpreta tre ruoli – e come in Stranamore, ha una trama incentrata tutta intorno a una bomba.
Ma Peter Sellers è soprattutto un dissacratore, e mi ha sempre divertito pensare che lui stesso prendesse in giro questa sua capacità vestendo i panni del personaggio che lo ha reso famoso al pubblico internazionale: Jacques Clouseau, durante le sue indagini, si divertiva a camuffarsi nei modi più disparati per non farsi riconoscere durante i pedinamenti (aveva pure un negozio di fiducia dove comprava l’occorrente), ma i travestimenti non erano roba per lui, e riuscivano poco e male.
Da quelle scarse informazioni che avevo sulla biografia di Sellers – e sui rudimenti di psicologia – ho sempre avuto l’impressione che questa sua abilità di essere altre persone nascondeva un forte bisogno di un’identità precisa, che a Sellers è sempre mancata. E la visione di Oltre il giardino, il film tanto voluto da Sellers, ha fatto gioco a questa mia banale teoria.
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Lars Von Trier a braccia conserte

Lars Von Trier a Cannes ha fatto un’uscita infelice, ed è chiaro; ma non so quanto sia stato giusto sottrargli medaglie ed onori e mandarlo a pulire i cessi. Se da una parte ritengo corretto che il festival, pur cacciandolo, abbia voluto tenere il suo film, dall’altra non sono sicuro che ritenerlo persona non gradita sia stata una mossa giustificata. In fondo ha mica fatto apologia del nazismo? Ha solo detto che “come uomo” capiva i tormenti di Hitler.

Ma forse parlo da Italiano, e quindi da uno che è abituato a sentir dire di tutto da personaggi di ogni sfera sociale senza causare poi tanti imbarazzi.

C’è chi è convinto che la gaffes di Von Trier sia dovuta a una sorta di doppia personalità: il regista ha creduto a lungo di essere un ebreo, perché figlio di un comunista di origine ebrea. Poi, una volta cresciuto, scoprì dalla madre che il suo vero padre era un tedesco. È come se una parte di sé si sentisse oppressa dall’altra, che a sua volta è più cinica, spietata. L’una pronta a disobbedire alle regole auto-imposte dall’altra.

È una teoria. E non poteva che essere di Leonardo, che addirittura ha analizzato il discorso galeotto di Von Trier distinguendone una parte “Israel” da una “Nazi”:

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C’è un filone cinematografico che frequento poco, e che è quello dei film musicali – in particolare quelli fatti ad hoc per promuovere le canzoni dei protagonisti.
In questo filone c”è un film che ho conosciuto solo da qualche mese, malgrado sia in circolazione già da un po’ di tempo.
In questo film c’è una scena, in particolare, che credo di aver visto e rivisto estasiato almeno una trentina di volte.
In questa scena c’è pura genialità.

Vederla superficialmente non basta a sottolinearne la bellezza, quindi ho deciso di trascriverla.

Jo Donatello, dopo aver appena incontrato una ragazza sugli scogli di Mergellina, da navigato artista e corteggiatore le dedica subito una canzone con tanto di musica extradiegetica.
Finita la canzone, che in un bizzarro napoletano dice bene o male Io tu vogliu ben’, tantu ben’. Io ti amu tanto amore sai, si aspetta chiaramente un premio per la sensuale sgrammaticata serenata. Ma Sara, questa irriconoscente sconosciuta, lo spiazza da fuori campo:

– Scusa Donatello. Non perché non mi piaci, è solo che…

– Non ti è piaciuta la canzone? – chiede allora Donatello con grande auto-consapevolezza: questa è la prima motivazione che riesce a dare all’eventuale due di picche.

– No, anzi! – risponde però la bionda. – Mi è piaciuta tantissimo! – aggiunge mentre, al contempo, fa no con la testa (primi sintomi della sua schizofrenia).

Ma da qui in poi attenzione, che c’è la grande svolta.

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Oggi, chi non ha i soldi per buttarsi nella moda dei remake, può sempre accontentarsi di rifare le locandine. Che spesso quelli delle locandine sono anche più fantasiosi. Tipo questo Matt Chase, che ha rifatto una serie di poster di film famosi. Il mio preferito, e giuro non per campanilismo, è quello di 8 e ½.

Parlai già di un altro bravissimo ri-locandiniere, che è Olly Moss. Qui sotto ecco come hanno rivisitato la locadina dell’ultimo film di Tarantino i due designer (quello di Moss è il secondo).

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Ieri notte ho ritrovato su La7 un classico della fantascienza: il grande Ultimatum alla terra. Quello vero, di cinquant’anni fa; non il remake che non ho avuto ancora il coraggio di guardare. Ma un momento, non era di questo che volevo scrivere.

Oggi KinemaZone ha finalmente pubblicato la classifica di quella che è stata poi battezzata come Hot Water Discovery Competition, ossia i migliori quindici film di fantascienza della storia del cinema. La classifica è stata stilata raggruppando, sommando e valutando le preferenze personali che lo staff di KinemaZone ha richiesto a blogger, registi, giornalisti, filmaker, sceneggiatori…

Inoltre, come ogni competition che si rispetti, ci sono anche varie menzioni avulse dalla classifica ufficiale.
Anticipo solo che Ultimatum alla terra rientra ovviamente nella quindicina. Ma ammetto anche che io, quando il buon Carcavallo mi ha chiesto le preferenze in quanto giurato appartenente al reparto cosiddetto “tecnico-applicativo”, dimenticai di citare il film di Wise. Menomale che c’erano altri ventiquattro giurati dalla memoria meno pigra della mia.