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Lars Von Trier a braccia conserte

Lars Von Trier a Cannes ha fatto un’uscita infelice, ed è chiaro; ma non so quanto sia stato giusto sottrargli medaglie ed onori e mandarlo a pulire i cessi. Se da una parte ritengo corretto che il festival, pur cacciandolo, abbia voluto tenere il suo film, dall’altra non sono sicuro che ritenerlo persona non gradita sia stata una mossa giustificata. In fondo ha mica fatto apologia del nazismo? Ha solo detto che “come uomo” capiva i tormenti di Hitler.

Ma forse parlo da Italiano, e quindi da uno che è abituato a sentir dire di tutto da personaggi di ogni sfera sociale senza causare poi tanti imbarazzi.

C’è chi è convinto che la gaffes di Von Trier sia dovuta a una sorta di doppia personalità: il regista ha creduto a lungo di essere un ebreo, perché figlio di un comunista di origine ebrea. Poi, una volta cresciuto, scoprì dalla madre che il suo vero padre era un tedesco. È come se una parte di sé si sentisse oppressa dall’altra, che a sua volta è più cinica, spietata. L’una pronta a disobbedire alle regole auto-imposte dall’altra.

È una teoria. E non poteva che essere di Leonardo, che addirittura ha analizzato il discorso galeotto di Von Trier distinguendone una parte “Israel” da una “Nazi”:

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Stefano Incerti, Toni Servillo e Mi Yang

Ora non voglio fare l’ennesimo post su quanto Gorbaciòf possa essere considerato una sorta di Le conseguenze dell’amore 2.
Intendiamoci: le somiglianze ci stanno, sin dall’idea alla base del soggetto, ma quello di Stefano Incerti (nella foto con le braccia conserte) resta comunque un bel film.

Penso solo questo: Incerti si sarà certamente accorto delle similitudini. E allora, non dico evitare lo stesso montatore del primo film di Sorrentino (dove tra l’altro recitava anche Nello Mascia, presente anche in questo film), ma perlomeno, per differenziarsi il più possibile dal regista de Il Divo, poteva furbamente scegliere un altro musicista e – cosa più importante, che ha causato la maggior parte dei paragoni – un diverso attore protagonista.
Intendiamoci 2: Toni Servillo come sempre è stato immenso, e gran parte del film poggia sulla sua mimica e sull’espressione delle sue (pochissime) battute.

Aggiornamento: errore madornale! Gorbaciof e il primo film di Sorrentino (L’uomo in più) non hanno in comune il montatore, ma il direttore della fotografia Pasquale Mari. L’errore!

Ok, probabilmente sarò un fissato; guardando il promo di Vieni via con me, il programma culturale forse più interessante e atteso di questa stagione televisiva, non sono riuscito a trattenere un brivido alla schiena quando ho visto Fazio scrivere alla lavagna «Vado via perchè» e Saviano, dall’altra parte delle lavagna, annotare «Resto qui perche’».


Kasia Smutniak in una scena del film

Una fondamentale premessa: ma quanto è bella Kasia Smutniak?!

Perché andare a vedere La passione? Ok, c’è la Smutniak, ma non basta. Piuttosto perché c’è Corrado Guzzanti. O perché era uno dei film italiani in concorso a Venezia. O anche solo perché l’idea di fondo è simpatica.

Il film mostra bene la passione (appunto) di un modesto cineasta italiano, sbattuto tra le intrusioni delle televisioni (ne parlavo ieri) e i compromessi cogli sguaiati enti pubblici.

Il regista (un Silvio Orlando un po’ fiacco) non fa film da cinque anni, ed ottiene finalmente una nuova possibilità grazie a un amico attore e stronzo, che lo propone  per dirigere la nuova starlet televisiva (una brava Cristiana Capotondi). Ma in una passione che si rispetti, ci deve essere un Giuda. Stavolta, a tradire il povero regista, è l’ispirazione.

Sono esemplari allora le sequenze in cui il protagonista cerca a tutti i costi l’ispirazione, sintesi della mediocrità e della mancanza di fantasia (non sempre) italiana. Il regista pensa allora a un’eventuale storia di una maestrina ottocentesca, accessoriata di bambino sofferente per la morte del padre. O ancora pensa alla storia della donna piratessa che diventa regina dei mari (per quanto sia uno spunto orribile, sarebbe finalmente innovativo per il cinema italiano contemporaneo).

Il regista si trova  infine a dover fronteggiare l’attrice. Zero idee. Si guarda un po’ intorno, pensa alla vicina di casa che sta spiando da qualche giorno (ché ogni regista è un po’ stalker) e butta al volo un’idea: la storia di una ragazza che convive con un musicista in un paesino di provincia. Le cose vanno male, e il musicista parte per la Finlandia per una tournée (?). La ragazza però, colpo di scena, è incinta. Decide allora di ricercare il proprio amore fino in capo al mondo. Lo cerca e non lo trova. Finalmente trova la lista delle date del tour del fidanzato (?), quindi si reca a un suo concerto. Sta per avvicinarsi, ma lo trova (colpo di scena) a baciarsi con una finlandese. E a questo punto ci sta bene un “eccetera”.

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E va bene, lo so, La7 è quel canale che ha cacciato dalla televisione, per l’ennesima volta, Daniele Luttazzi (quando ancora lo consideravo geniale). E, se vogliamo, è anche la rete che aveva un programma d’approfondimento condotto da Giuliano Ferrara.

Ma è anche il canale che di tanto in tanto manda gli spettacoli di Marco Paolini; quello che mi ha fatto capire quanto è divertente il rugby; che ha fatto una decisa scelta con un buon tg – che personalmente ha sostituito in modo definitivo l’ormai obbrobrioso tg1 di Minzolini.
Quello che in una sola serata ti proponeva un divertente show di Victoria Cabello e, subito dopo, uno di Chiambretti (prima della trasferta a mediaset).
E, per quanto riguarda noi poveri cinefili, La7 è quel canale che ha ideato quel gran pezzo di trasmissione che è La valigia dei sogni, e che ha avuto sempre buon gusto sulla scelta dei film sin dall’era pre-digitale. In sostanza, una rete per un pubblico mediamente meno primitivo di quello di Uomini&Donne, o de L’isola dei famosi.

Leggevo su L’Espresso alcune novità. Tra quelle che più mi hanno colpito:
– Una striscia di satira preserale (no, non credo c’entrerà mai Luttazzi. Speriamo solo non sia un altro Striscia la notizia);

– La7 inizierà a produrre film. Come Rai Cinema. Come Medusa. La cosa mi turba.
L’attuale terzo polo televisivo sembra aspirare a diventare anche il terzo polo della produzione cinematografica. Sancendo una volta per tutte la dipendenza del cinema italiano alla televisione. Già è troppo chiara la politica attuale: nella maggioranza dei casi è “Allora ragazzi, si potrebbe produrre questo film e poi passarlo in tv. Come dite? non piacerebbe nemmeno al pubblico della seconda serata? Allora ciccia. Non se ne fa niente. Passiamo alla prossima proposta!”
E sono turbato.

Certo, ripeto, La7 ci sa fare, e potrebbe produrre film interessanti. Potrebbe anzi essere una valida alternativa ai film “considerati d’interesse culturale nazionale”, o ai cine-cocomeri/panettoni/tortani. E il mio turbamento sembra avere sollievo.

Leggo che il primo film da produrre è il prossimo di Fabio Volo.
Sono turbato. Mi spiace.

Finalmente l’ho visto. Non è stato facile aspettare sino al lunedì (ma capitemi, il lunedì i biglietti sono scontati).
Non è stato facile. Ma l’ho visto.
Nonostante la folla di tamarri, fuori al cinema, venuta ad urlare per il concerto di Gigi Finizio.
Nonostante la folla di tamarri, dentro al cinema, che per una decina di volte ha gridato “ma quel furgone sta ancora cadendo?” (solo se hai visto il film, e se non sei uno di quei tamarri, potrai capire.)

Si potrebbe fare una tesina su Inception, per le tante cose da dire.
Come scrive Luotto Preminger su I 400 Calci:

Inception: e anche il tuo professore di teoria del cinema dirà: “Un’altra tesina su Inception?!”

Inception è l’anello di congiunzione tra il Nolan serio e il Nolan dei filmoni sull’uomo pipistrello (tutt’e due registi con le palle, fra l’altro).
C’è il tema del sogno, certo, e solo su questo si potrebbe riempire un paio di post di DigiBlues. Ma ci sono anche le tematiche tipiche nolaniane.

C’è un protagonista con un senso di colpa;  una donna amata, morta; c’è un film enigmistico ad alta ingegneria dove tutto ti viene fatto capire a poco a poco.
La convenzione del tempo viene ancora una volta scardinata, raccontando una storia che si svolge nello stesso momento in tre piani dimensionali, in ognuno dei quali il tempo scorre in modo diverso.

Ma stavolta Nolan ha voluto fare lo sborone. Oltre a giocare col tempo, ma sì!, ha decostruito anche le convenzioni dello spazio.
A questo proposito, mi sembra figo far notare che il film si fregia di un paio di riuscite citazioni ad Escher.

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Forse avrete più fortuna nel vostro campo, dove le persone sono felici di essere mistificate. – Nikola Tesla

I duellanti – Tra i successi commerciali di Batman Begins e di The Dark Knight, Christopher Nolan realizzò un piccolo capolavoro. The Prestige è la storia di due illusionisti: per tutto il film si daranno battaglia l’un l’altro in maniera spesso feroce, con una struttura narrativa idealmente ispirata a I duellanti, film d’esordio di Ridley Scott. Ma il duello non è solo quello fra Il professore (Christian Bale) e il Grande Danton (Hugh Jackman). Un’interessante sottotrama del film è quella che si sviluppa nello scontro storico fra Edison e Nikola Telsa (interpretato da David Bowie) sull’elettricità. Certo, una battaglia che fa da sfondo: serve solo a sviluppare la trama principale del film. Ma che crea i presupposti per un nuovo, efferato e tanto discusso duello: scienza o magia?

Il mistero di Sleepy Hollow – Proprio su questa domanda torna in mente Tim Burton. Le differenze tra i due registi sono evidenti, rintracciabili nelle diverse trasposizioni dell’universo fumettistico di Batman: in entrambi casi film cupi (com’è giusto che sia), ma che tendono al pop-dark l’uno (quello di Burton), e a uno stile sobrio e postmoderno l’altro. Eppure, nonostante le divergenze stilistiche, proprio The Prestige sembra avere qualcosa a che fare con il folletto di Burbank: se questi infatti ha più volte dimostrato una forte passione per il genere fantascientifico (Mars’attack!, The Planet of Apes), in The Prestige Nolan rivela per la prima volta una naturale propensione alla fantascienza. Ancora: è presente una forte ricerca estetica per il macchinario, tipicamente burtoniana (penso alle macchine con cui è stato fabbricato Edward mani di forbice che aprono quel film, o a quelle de La fabbrica del cioccolato). Ma, tornando al nocciolo, una pellicola che sembra avere molto a che fare con The Prestige è Il mistero di Sleepy Hollow. Dell’associazione deve essersi accorto anche chi ha curato l’edizione dvd del film di Nolan, che si apre con il giochetto illusionistico dell’uccello e della gabbietta, più volte proposto in Sleepy Hollow.
Entrambi di matrice letteraria; entrambi ambientati nel c.d. secolo lungo (uno alle soglie dell’ottocento, l’altro alla fine dl medesimo secolo). Ma soprattutto entrambi incentrati sul contrasto scienza / fede. Una fede nel soprannaturale, quindi nella religione, ovvio, ma anche nella magia.
Ma anche qui i due registi prendono strade diverse. Se nel film del visionario Burton, l0 scettico protagonista (Johnny Depp, of course) inizia a cedere dinnanzi agli elementi incontestabilmente irrazionali, per tutto il racconto filmico di The Prestige l’autore ci suggerisce che il segreto è tutto lì, sotto i nostri occhi (e in questo caso trova un forte significato il continuo soffermarsi sulla sottotrama scientifica e, si diceva, sulle macchine degli illusionisti; e cioè sui trucchi dietro i quali si nasconde “la magia”. )

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