Archivio per la categoria ‘Storia’

Nonostante tutto, provo sempre un leggero senso di orgogliosa soddisfazione quando scopro l’italianità di alcune popolari invenzioni.

Ultimamente, per via di un jingle pubblicitario che mi si era incagliato nel cervello, ho scovato la storia di Mah-nà mah-nà, originalmente chiamata Viva la sauna svedese. Ideata da Piero Umiliani (ma portata al successo dai Muppets) faceva parte della colonna sonora di uno “pseudo-documentario soft porno” del ’68 sulle abitudini sessuali svedesi.

Qui maggiori dettagli, e sotto la gag del Muppets Show.

Il mensile cinematografico Best Movie pubblica sul proprio sito web un interessante “speciale sugli effetti speciali”.

Lo speciale, suddiviso in varie brevi puntate, fa una cronologia dei film che hanno stupito gli spettatori durante la storia del cinema, a partire dai giochi di prestigio di Méliès, per arrivare all’Avatar di Cameron, passando per King Kong, Matrix e Sin City. Il tutto allietato dai contributi video pescati dal buon “vecchio” Youtube.

Dategli un’occhiata, io l’ho trovato interessantissimo (lo trovate qui).
E ancora oggi (nonostante gli autori di Best Movie spieghino pure i retroscena gli effetti speciali) mi stupisco davanti all’uomo invisibile di James Whale, o ai disegni animati di J. Stuart Blackton (vedete video qui sotto), considerato il pioniere dell’animazione americana.

PS: Avete visto il video? Bene. Allora avete appena visto un film (intero) delle origini del cinema. Mica sono sempre così pallosi come dicono?

In linea generale, ci sono stati due modi di fare film sull’Unità d’Italia.
Il primo film narrativo della storia del cinema italiano fu La presa di Roma, e già da quel film si intravede una chiave celebrativa del Risorgimento, sancita dai film successivi e soprattutto dalla linea politica del regime fascista. Questo faceva realizzare film monumentali sull’Unità, cercando di inculcare l’idea che il fascismo fosse la naturale continuazione della costruzione nazionale avvenuta durante il Risorgimento.

Nel ventennio, il film forse più originale e innovativo sul tema fu 1860 di Alessandro Blasetti. Anche questo si allineava (probabilmente con convinzione) alla linea del regime e, dopo aver narrato le vicende delle camice rosse, vedeva nel finale originale (poi tagliato) dei vecchi garibaldini che salutavano le camice nere in marcia.

Dopo il secondo dopoguerra ci fu un ribaltamento degli entusiasmi cinematografici per quell’impresa storica. Soprattutto con Visconti e col suo Gattopardo, si iniziavano a seguire le opinioni storiche di chi vedeva nel risorgimento una rivoluzione mancata, un cambiamento che non c’è stato. Si prestava attenzione in particolar modo al mezzogiorno, e alla classe contadina, per la quale l’unico vero cambiamento fu il padrone delle terre che coltivavano.

Su questa linea, il film più significativo è sicuramente Bronte – cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato, di Florestano Vancini, che narra con dovizia storica una parte scomoda dell’unificazione: la fucilazione per volere di Nino Bixio di alcuni contadini rivoltosi (che peraltro si ribellavano in nome di Garibaldi il liberatore), dopo un processo sommario ed effettuato senza avvocati. Bixio e i garibaldini vivevano nell’ansia dell’unificazione, e non potevano permettersi di perder tempo dietro alle vicende di questi contadini meridionali che fra l’altro non capivano; che consideravano rozzi, barbari, incivili. Farini, nelle lettere a Cavour, passando per il molise e il casertano scriveva “altro che Italia. Questa è Africa!”

Proprio una settimana fa ha letto sul Mattino che il sindaco di Bronte aveva presentato a Roma un progetto di rievocazione della vicenda, così spesso taciuta. Ma “al comitato per le celebrazioni non interessava far luce su questa pagina del nostro Risorgimento”, per cui il progetto è stato bocciato.
Chissà. Forse in un Italia che attualmente festeggia a stento la storia “ufficiale” della propria unificazione, è davvero troppo presto disporre della rievocazione di quella vicenda che mostra l’altra faccia di quell’evento.

La sit-com si adatta sempre più allo stile di vita moderno: brevi sketch si susseguono su un set sempre uguale.
Un po’ come se una webcam facesse da finestra su un cortile affollato delle solite facce, dei soliti personaggi. E noi, pettegole portinaie, diamo un’occhiata all’andamento pazzo delle loro vite.

La prima rete ad accorgersi di questa esigenza è stata ovviamente la Mediaset, che con la brava autrice Fatma Ruffini (la stessa che ha portato sui nostri schermi Buona la prima), ha importato un po’ di format di questo genere dall’estero.  Dalla Francia, ad esempio, nel 2003 è arrivato Camera Cafè, la più popolare sit-com di questo genere, dove la visuale dello spettatore si trova incastrata all’interno di un distributore automatico, dal quale poter spiare Luca, Paolo e gli altri dipendenti di una ditta durante le loro pause caffè.
Esperimento simile (condotto sempre dalla Ruffini) è stato il famoso Love Bugs, importato l’anno successivo nientemeno che dal Québec, e che ci vedeva interessarci (nella prima edizione) dell’andamento sentimentale di una coppia stralunata come quella del grande Fabio de Luigi e Michelle Hunziker. L’esperimento è un tantino diverso, perché lì i set erano vari ed andavano a rotazione, ma l’idea delle brevi gag fatte da soliti personaggi e spiate da noi c’era anche lì.
Nel 2005 poi, di nuovo la Ruffini, ci propone Belli dentro, dove la visuale si sposta all’interno di un carcere per seguire le vicende di due celle di detenuti (una maschile, l’altra femminile). L’esperimento è leggermente più fiacco degli altri due.

(altro…)

Internet, si sa, è stata la rivoluzione di fine secolo.

Una delle professioni che ne sono state scosse è quella del giornalismo: il Sexgate segnò il primo goal del giornalismo online in una partita che non si sapeva nemmeno si stesse giocando. Accadde più o meno così: il Newsweek aveva uno scoop sensazionale sui favori sessuali ricevuti dal presidente americano Bill Clinton da parte di una stagista alla Casa Bianca. Era una storia tremendamente seria, quindi la redazione pensò di cercare ulteriori conferme prima di pubblicarla.
Ma anche nell’universo giornalistico vale l’adagio “il paese è piccolo, la gente mormora”, e così le indiscrezioni sull’articolo arrivarono alle orecchie appuntite di Matt Drudge, reporter indipendente che pubblicò sul suo sito sia la notizia, sia il fatto che il Newsweek avesse deciso all’ultimo momento di non pubblicarla. A quel punto il megazine statunitense si trovò alle strette, e decise di pubblicare per intero l’inchiesta, con tutti i dettagli che Drudge manco immaginava. Ovviamente, la pubblicò online.

Da allora c’è stata una corsa dei vari gruppi editoriali all’allestimento di un proprio spazio recintato su internet, in modo che ogni scoop possa essere pubblicato prima su internet (per non farselo soffiare dai vari Drudge), e poi commentato sui giornali del giorno dopo. Sui giornali, d’altro canto, si rimanda agli approfondimenti online (video, grafici, immagini, registrazioni audio) in un gioco di rinvii fra l’universo cartaceo e quello web.

(altro…)