Checco Zalone ha smesso di essermi simpatico quando ha ammesso di non conoscere Walter Chiari.

L'ispettore Clouseau

Volevo fare una tesi di laurea su Peter Sellers.

L’ilarità che al cinema – o in tv – mi dà una battuta orgogliosamente demenziale, spesso figlia del nonsense, e la fascinazione che provo per un certo tipo di film inglesi (i classici della Ealing Studios, per dire), non potevano che farmi adorare un tipo come lui.
Quindi volevo fare una tesi su Peter Sellers.

Ero ammirato dalle sue abilità trasformistiche, per le quali lo si vedeva interpretare più ruoli in uno stesso film: e non parlo solo dei film di Kubrick; mi riferisco anche a quel gioiellino che è Il ruggito del topo dove, come in Stranamore, Sellers interpreta tre ruoli – e come in Stranamore, ha una trama incentrata tutta intorno a una bomba.
Ma Peter Sellers è soprattutto un dissacratore, e mi ha sempre divertito pensare che lui stesso prendesse in giro questa sua capacità vestendo i panni del personaggio che lo ha reso famoso al pubblico internazionale: Jacques Clouseau, durante le sue indagini, si divertiva a camuffarsi nei modi più disparati per non farsi riconoscere durante i pedinamenti (aveva pure un negozio di fiducia dove comprava l’occorrente), ma i travestimenti non erano roba per lui, e riuscivano poco e male.
Da quelle scarse informazioni che avevo sulla biografia di Sellers – e sui rudimenti di psicologia – ho sempre avuto l’impressione che questa sua abilità di essere altre persone nascondeva un forte bisogno di un’identità precisa, che a Sellers è sempre mancata. E la visione di Oltre il giardino, il film tanto voluto da Sellers, ha fatto gioco a questa mia banale teoria.
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Lars Von Trier a braccia conserte

Lars Von Trier a Cannes ha fatto un’uscita infelice, ed è chiaro; ma non so quanto sia stato giusto sottrargli medaglie ed onori e mandarlo a pulire i cessi. Se da una parte ritengo corretto che il festival, pur cacciandolo, abbia voluto tenere il suo film, dall’altra non sono sicuro che ritenerlo persona non gradita sia stata una mossa giustificata. In fondo ha mica fatto apologia del nazismo? Ha solo detto che “come uomo” capiva i tormenti di Hitler.

Ma forse parlo da Italiano, e quindi da uno che è abituato a sentir dire di tutto da personaggi di ogni sfera sociale senza causare poi tanti imbarazzi.

C’è chi è convinto che la gaffes di Von Trier sia dovuta a una sorta di doppia personalità: il regista ha creduto a lungo di essere un ebreo, perché figlio di un comunista di origine ebrea. Poi, una volta cresciuto, scoprì dalla madre che il suo vero padre era un tedesco. È come se una parte di sé si sentisse oppressa dall’altra, che a sua volta è più cinica, spietata. L’una pronta a disobbedire alle regole auto-imposte dall’altra.

È una teoria. E non poteva che essere di Leonardo, che addirittura ha analizzato il discorso galeotto di Von Trier distinguendone una parte “Israel” da una “Nazi”:

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In caso di incidente nucleare con rilascio di radiazione, per poter sopravvivere bisogna seguire delle dettagliate regole stabilite da un codice di radioprotezione: cercarsi un rifugio in cui chiudersi; sigillare gli ingressi; fare una dieta ferrea priva di latte e formaggi freschi, insalate, carni e pesci; chiudere ogni impianto di ventilazione o riscaldamento.

Sette ragazzi hanno deciso di testare per un mese questo incubo: immaginandosi di essere sopravvissuti a un incidente nucleare, si sono rinchiusi in un unico posto seguendo tutti i regolamenti del codice, raccontando giorno dopo giorno le privazioni e i disagi che provano personalmente.

I pazzi siete voi. No, non è solo la risposta a quello che probabilmente state pensando; è anche il nome dell’iniziativa di questi ragazzi, che ha un proprio sito aggiornato quotidianamente con diari, video, lo streaming continuo delle loro giornate, e le varie informazioni sul progetto.

L’idea è interessante anche per la sua componente chiaramente provocatoria: i ragazzi si sono rinchiusi il 12 maggio e usciranno precisamente dopo un mese, quando avranno un motivo in più per andare a votare al referendum per il nucleare. Se a quel punto ci sarà, fra chi li ha seguiti online, qualcuno che avrà ancora voglia di votare NO (dicendo quindi sì al nucleare)… beh allora i pazzi non sono solo loro.
Sono anche pazzi nostri.

Visto su CaffèNews

C’è un filone cinematografico che frequento poco, e che è quello dei film musicali – in particolare quelli fatti ad hoc per promuovere le canzoni dei protagonisti.
In questo filone c”è un film che ho conosciuto solo da qualche mese, malgrado sia in circolazione già da un po’ di tempo.
In questo film c’è una scena, in particolare, che credo di aver visto e rivisto estasiato almeno una trentina di volte.
In questa scena c’è pura genialità.

Vederla superficialmente non basta a sottolinearne la bellezza, quindi ho deciso di trascriverla.

Jo Donatello, dopo aver appena incontrato una ragazza sugli scogli di Mergellina, da navigato artista e corteggiatore le dedica subito una canzone con tanto di musica extradiegetica.
Finita la canzone, che in un bizzarro napoletano dice bene o male Io tu vogliu ben’, tantu ben’. Io ti amu tanto amore sai, si aspetta chiaramente un premio per la sensuale sgrammaticata serenata. Ma Sara, questa irriconoscente sconosciuta, lo spiazza da fuori campo:

– Scusa Donatello. Non perché non mi piaci, è solo che…

– Non ti è piaciuta la canzone? – chiede allora Donatello con grande auto-consapevolezza: questa è la prima motivazione che riesce a dare all’eventuale due di picche.

– No, anzi! – risponde però la bionda. – Mi è piaciuta tantissimo! – aggiunge mentre, al contempo, fa no con la testa (primi sintomi della sua schizofrenia).

Ma da qui in poi attenzione, che c’è la grande svolta.

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Oggi, chi non ha i soldi per buttarsi nella moda dei remake, può sempre accontentarsi di rifare le locandine. Che spesso quelli delle locandine sono anche più fantasiosi. Tipo questo Matt Chase, che ha rifatto una serie di poster di film famosi. Il mio preferito, e giuro non per campanilismo, è quello di 8 e ½.

Parlai già di un altro bravissimo ri-locandiniere, che è Olly Moss. Qui sotto ecco come hanno rivisitato la locadina dell’ultimo film di Tarantino i due designer (quello di Moss è il secondo).

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Ieri notte ho ritrovato su La7 un classico della fantascienza: il grande Ultimatum alla terra. Quello vero, di cinquant’anni fa; non il remake che non ho avuto ancora il coraggio di guardare. Ma un momento, non era di questo che volevo scrivere.

Oggi KinemaZone ha finalmente pubblicato la classifica di quella che è stata poi battezzata come Hot Water Discovery Competition, ossia i migliori quindici film di fantascienza della storia del cinema. La classifica è stata stilata raggruppando, sommando e valutando le preferenze personali che lo staff di KinemaZone ha richiesto a blogger, registi, giornalisti, filmaker, sceneggiatori…

Inoltre, come ogni competition che si rispetti, ci sono anche varie menzioni avulse dalla classifica ufficiale.
Anticipo solo che Ultimatum alla terra rientra ovviamente nella quindicina. Ma ammetto anche che io, quando il buon Carcavallo mi ha chiesto le preferenze in quanto giurato appartenente al reparto cosiddetto “tecnico-applicativo”, dimenticai di citare il film di Wise. Menomale che c’erano altri ventiquattro giurati dalla memoria meno pigra della mia.