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Da blogger poco affidabile, ho notato solo ora – e per caso – il commento di risposta a questo post: in quel commento, Peter Ban mi linkava questa notizia dal blog Cloridrato di Sviluppina.

Lucy in the “atmosphere” with diamonds.

Sul Corriere di oggi, più o meno a pagina 324, si fa menzione della causa intentata da Rupert Murdoch a Skype per cercare di impedire a quest’ultima di utilizzare il proprio marchio in Europa. Dice, il magnate australiano, che “Skype” assomiglia troppo a “Sky”, parola che lui solo ha diritto di sfruttare a fini commerciali nel vecchio continente. Sgomento a casa McCartney.

Un paio di giorni fa riassumevo a secchi di vernice il quadro del mondo del giornalismo influenzato da internet; citavo anche i blogger. Passo un po’ di tempo lontano dal pc, e quando vi torno m’imbatto in una lunga argomentazione (piuttosto razionale e ben strutturata) da parte di Galatea circa le dichiarazioni di De Benedetti sul giornalismo online. È inevitabile: fra l’articolo e il piccolo dibattito scatenato nei commenti, si parla dei blogger. Verso sera, infine, spulcio gli ultimi post di Mantellini, che in uno di essi dà consigli sulla gestione dei commenti ai blog, onde evitare situazioni spiacevoli. Immediatamente mi vien da pensare “cazzo, come siamo autoreferenziali”. Ovvio che poi alcuni professori all’università accusano la blogosfera di essere un circuito chiuso per nerd autocompiaciuti.

Con il felice avvento del Blog – che toglieva il monopolio della comunicazione online agli addetti ai lavori del web, o a chi poteva permettersi di pagarli – si è regalato un enorme, dinamico spazio d’espressione all’uomo comune: un’arma col sapore delle radio libere degli anni ’60. Con la differenza che i blogger non hanno da pisciare agli angoli della provincia per stabilire lo spazio di ricezione del segnale, come i protagonisti di Radiofreccia, dal momento che i blog hanno un pubblico che può essere nazionale, potenzialmente mondiale (e chissà, forse pure gli alieni hanno internet e si divertono a spulciare giorno per giorno le strisce a fumetti dell’Orso Ciccione).

Ovvio che un dono così grande, solo nostro ma di tutti, lo difendiamo col coltello fra i denti. Almeno finché saremo gli unici a prenderlo sul serio, abbiamo necessità di osservarci e capirci. Noi, sociologi di noi stessi, credenti in uno specchio comune nel quale rifletterci e deformarci. Orgogliosi del nostro mezzo, continueremo a studiarlo e difenderlo, spesso smodatamente; almeno finché non si deciderà di mettere a punto delle regole – che pure sarebbero utili alla blogosfera. Regole che però non vadano contro gli stessi principi di internet (e, personalmente, le dichiarazioni di De Benedetti sembrano proprio andare in questa direzione), ingabbiandone le capacità partecipative. Che non si arrivi a una libertà vigilata, insomma. Ma nemmeno a all’anarchia distruttiva.