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Ho visto cose.
Ho visto persone vessate e schernite da chi si conforma alle regole;
Ho visto gente umiliata, derisa; Gente sofferente;
Ho visto malati di leucemia, di tumore;
Ho visto immigrati, ex galeotti, emarginati, pattume sociale;
Ho visto gente stuprata, violentata, malmenata;
E ho visto bambini tanti bambini;
Poi dice Perché non vai a vedere i festival di cortometraggi.

Arrivato a casa, la sera, per distrarmi mi è venuta voglia di cinema.

Sulla mia insofferenza verso l’argomento, vedi qui.

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I pochi che hanno letto questo vecchio post hanno potuto intuire cosa penso dei cortometraggi a carattere sociale.
I festival dedicati al cortometraggio sono cresciuti a dismisura. Com’è ovvio, non sempre le giurie sono davvero competenti, e spesso i giurati sentono di dover premiare un corto non per le sue qualità, ma per il suo impegno civile. Non si premia il cortometraggio, con tutto il lavoro e le diverse fatiche che gli appartengono, ma si dà un riconoscimento alla bontà d’animo dell’autore. Personalmente, se ho davanti un buon cortometraggio a sfondo sociale, e un ottimo cortometraggio poliziesco, io tendo verso il secondo. E, tanto per intenderci, io non sono per niente fan dei polizieschi.
Ma io sono solo un appassionato di cinema, e molti giurati dei festival non sono d’accordo con questa mia idea. Il loro legittimare i corti a sfondo sociale ha creato il fenomeno inverso: parecchi registi, pur di vincere un festival, sperimentano molto meno, gettandosi direttamente alla ricerca di una storia che strappi qualche lacrima mostrando zoppi, moribondi, orfani, e così via.
Certo esagero un po’. E non si pensi che non sopporti ogni film che abbia carattere sociale. Quello che non sopporto è il meccanismo appena descritto che si è creato nel circuito dei festival. Per carità, non tutti i festival rientrano in questa mentalità. E non tutti i corti sociali rasentano l’ipocrisia.