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Ok, probabilmente sarò un fissato; guardando il promo di Vieni via con me, il programma culturale forse più interessante e atteso di questa stagione televisiva, non sono riuscito a trattenere un brivido alla schiena quando ho visto Fazio scrivere alla lavagna «Vado via perchè» e Saviano, dall’altra parte delle lavagna, annotare «Resto qui perche’».

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Torna la stagione autunnale, e ricomincia Che tempo che fa.
Torna il buon Fazio, che riconferma l’amore per De André (la sua Dolcenera diventa la sigla ufficiale di queste edizione), la stima per Saviano (da domani inizierà il tanto atteso programma co-condotto dall’autore di Gomorra e dallo stesso Fazio), l’amicizia che lo lega a Ligabue (primo ospite della prima puntata), e il sadismo contro il povero simpatico Silvio Orlando.

De André, Saviano, Ligabue… torna tutto, insomma.  Tutto già visto; niente di realmente nuovo.
Beh, sì, a parte lo studio. E la grafica.

ne vogliamo parlare?

Ma veramente?

Ho avuto l’impressione che gli autori di quest’edizione siano stati mossi da un’eccessiva ricerca di sobrietà. Tutto è serio. La prima puntata, manco a parlarne: l’anteprima vede il vicesindaco di Pollica che ricorda Angelo Vassallo, assieme alla moglie di lui. Poi inizia il programma: arriva Ligabue, che però parla di cose serie – presenta un documentario sull’Italia. Infine c’è il momento “eccellenze” con Veronesi (non il regista, l’altro). L’unica parte un po’ più serena è stata quella del sempre gradito Gramellini a fine puntata. La parte comica, insomma.
La stessa grafica (e qui volevo arrivare) è diventata serissima. Siamo proprio lontanti dal Gipi della nuova sigla de Le invasioni barbariche. Il font di “Che tempo che fa”, e la video-scenografia con le foglie che cambiano colore nel corso delle interviste, fanno a botte con i soliti effetti video al limite del pacchiano. Ma una via di mezzo tra serioso e chiassoso no?

(altro…)

Mi ricollego alla conclusione del post di ieri su Scrubs e sul Medical Drama, dove ho scritto che – banalmente – in Italia ciò che fa ridere viene sottovalutato; a questo proposito propongo una interessantissima riflessione del grande Andrea Camilleri, fatta durante la puntata di Che tempo che fa del 2 maggio, sull’abitudine italiana di pensare alla letteratura.

In Italia, secondo Camilleri, si coltiva da sempre un’idea della letteratura penitenziale e penitenziaria. Si associa l’idea della letteratura alla sofferenza. Riuscire invece a scrivere qualcosa che sia in grado di far ridere gli altri (e di far divertire, nel mentre, chi la scrive) è vista come cosa del tutto squalificante. Lo stesso Camilleri ama far ridere (e si vede dai numerosi aneddoti che racconta da Fazio), e quando un giorno su un treno vide una sconosciuta lacrimare dalle risate leggendo un suo libro, ammette di averla voluta baciare.

Esattamente come la penso.
Fra l’altro vi invito a guardare tutta l’intervista di Fazio al divertentissimo papà di Montalbano.