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È mattina. Onofrio sta dormendo sotto un albero. Ha addosso una coperta che lo copre dai piedi al collo.

Improvvisamente gli arriva in testa una pietra.

– Ma che cazz…

– Onofrio!

– Chi ha lanciato ‘sta pietra, mannaggia ‘a…

– Non bestemmiare, Onofrio: Io sono Dio.

(stupito) Chi? (si fa il segno della croce)

– Dio! Il tuo creatore.

– Dio? (emozionato) Veramente? Vi giuro, io ho letto tutti i vostri libri; ben scritti.. bei personaggi… l’esodo, la genesi… i vangeli forse, un poco poco più noiosi, ma però pure quelli… belli belli belli! …Ssssentite, io tengo il piede destro con le dita tutte storte, una cosa poco bella da vedere, e niente!, vi volevo domandare se…

– Non perdiamo tempo, Onofio!

– …te pareva! (offeso)

– Voglio affidarti una missione.

(sorpreso) Una missione? A me?

– Tu sei orfano, Onofrio. Io non posso ridarti i tuoi genitori, ma posso dirti da quale grande personaggio biblico discendi. Hai un illustre antenato, caro Onofrio.

(emozionato) No! Veramente.. ma… ma chi, chi? Gesù? Abramo? Giuda Maccabeo? Chi?

– Quasi! Tu discendi dal grande Noè (Onofrio, deluso, torna a dormire). Ho intenzione di fare un diluvio qui a Napoli e… Onofrio! (Onofrio finge di dormire, quindi gli arriva un’altra pietra)

(prima si lamenta, poi svogliato, si tira a sedere) Scusate, dottò! Ma io non sono il tipo… sì la barca ce l’ho, ma è piccola… dove li metto gli animali? Ma poi non li sopporto, puzzano, consumano, fanno rumore…

– Ma tu non metterai gli animali sulla barca.

(sorpreso) Ah, no?

– Ci metterai la spazzatura. (Onofrio torna a dormire) Prenderai la barca che… Onofrio! (pietra)

– Aé, ingegnè! Ho capito che siete senza peccato, ma mo state approfittando!

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Napoli (nà)

Pubblicato: 13 maggio 2010 in Dialogo, Robe mie
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– Lia!
– Angelo! Da quanto tempo?
– Da quando avevi i capelli lunghi.
– I capelli? Ah, me li sono tagliati da poco. Ti piacciono? Una parrucchiera di qui, bravissima! Ma tu che ci fai a Napoli?
– Ecco, non è che mi sapresti indicare via dei tribunali? (il rumore della sirena di un’ambulanza copre la frase)

Che sarà successo?
Mah… ormai ci sono abituata. Ambulanze che vanno, ambulanze che vengono… normale amministrazione.
Ci vieni spesso a Napoli, eh?
Beh, sai, per l’università. Non sai quante passeggiate quando non passano i pullman o sono strapieni! Forse per questo mi sono tagliata i capelli… per sudare di meno. Ma poi non mi hai detto se ti piacciono… Cinque euro! Nessuno qui a Napoli si prende così poco. Nessuno che conosco, almeno. Ah, ma allora? Che ci fai in città?
– No, ti dicevo prima… sai indicarmi via dei tribunali? (lo strombettìo dei motorini copre la frase) Uff…

Oddio!
–  Che c’è?
– No, scusa… è che dal giorno della rapina ho paura dei motorini. Lo so, sono stupida…
– Rapina?
– Sì, una maxirapina che mi fecero qualche settimana fa.  Mi tolsero tutto, bracciali, orologi, telefono… in via dei tribunali, hai presente? quella vicino alla facoltà.
– …

– Senti, e allora, tu dove te ne vai di bello?
– …
– Che c’è?
– …
– Ommioddìo…
– …
– Devi andare in via… ahah! scusami, non sapevo che… ahah!
– Ora dimmi che scherzavi.
– No, giuro che è vero. Non tutti i motorini mi fanno saltare, ma il resto è tutto vero.
– Porca miseria!
– Ma c’è anche da dire che erano le undici e mezza di sera…
– Aaaaah… vabbè!
– E lo so…
– Le undici e mezza…
– … avevano ragione loro!

Angelo si alza di buon ora. Come sempre.
Come sempre, la domenica, a metà mattinata scende in piazza per comperare il giornale.
I bambini si rincorrono fra i sampietrini; il ronzio dei vari motorini si perde in un sottofondo in cui predominano le campane. Dòn! Dòn Dòn!
Sembrano voler incitare a tutti i costi il buon umore. Anche contro voglia.

Angelo siede sulla panchina che dà le spalle alla chiesa. Come sempre.
Lontana dalla marmaglia domenicale, gli permette di osservare il rituale involontariamente costruitosi intorno a quel quotidiano.
Assicuratosi l’isolamento dalle facce conosciute, innalza la Repubblica come a volerla immolare a un Dio curioso.
Dopodiché, armato di occhiali e ardore religioso per questi suoi attimi di quiete festiva, si dà all’approfondimento dei fatti del giorno prima.
Come sempre.

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Quando fui ormai stufo di aspettare un treno troppo altezzoso chiesi a un uomo di rinfacciarmi l’orario. Forse per controllare lo stato di salute del mio orologio. Forse per puro masochismo.
Sta di fatto che appena solo mi avvicinai a quell’uomo, lui si strinse il bagaglio tra le braccia.

Era un bagaglio becero. Con una cerniera allentata dalla fatica e un marchio che sembrava volersi scucire dalla vergogna. Eppure l’uomo se lo stringeva in grembo. Come un figlio da difendere.
Non voglio pensare che contenesse chissà quale tesoro. Anzi, mi piace pensare che lí dentro non ci fosse assolutamente nulla. Perché l’uomo che abbraccia il bagaglio è un emblema sociale.

L’uomo che abbraccia il bagaglio è figlio legittimo dei vari Studi Aperti, della notizia sensazionalistica, del piacere nel raccontare la violenza.
È l’ingenuità del pregiudizio che sposa la malignità dello stereotipo; la praticità di un mondo catalogato alla quale si aggiunge il timore di sbagliare pensando fuori catalogo. Perché a Napoli i ragazzi son tutti ladri e in generale si è tutti troppo furbi. “Ca’ nisciun è fess”, recitava Totò, e d’altra parte lo testimoniano pure le notizie di questi giorni che vedono una cinquantina di arresti alla regione Campania.

Perché in fondo al napoletano lo stereotipo del furbo, del camorrista, fa piacere. Lo fa sentire potente. Lo infastidisce solo quando poi di Napoli si parla male. E allora lí subito a difenderla, tirando in ballo un altro stereotipo. Stavolta positivo. Quello che vede i partenopei come una fratellanza allegra e forte, capace di sventrare il disagio sociale con una battuta, sempre e comunque. Ma un diffuso malessere alla lunga rompe l’allegria anche ai piú dotati di verve comica; e se il napoletano furbo ancora sopravvive, quello allegro inizia a soccombere, portando alla spaventosa soluzione dei furbi arrabbiati. A meno che la parte genuina – e pure viva! – di Napoli non inizi a farsi sentire.

Perché in fondo, l’uomo che abbraccia il bagaglio, è colpa nostra.