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Stasera al Tg1 si parlava del grande accanimento mediatico attorno al caso di Sarah Scazzi.
A tal proposito si annunciava la decisione di non inviare più i giornalisti fuori casa Messeri, per distendere un po’ l’alone di morbosità creatasi attorno al caso.

Subito dopo la giornalista, con energico sprint, ha rassicurato gli spettatori – continueremo a parlare di questo caso tutt’altro che chiuso – per poi invitarli a rispondere al sondaggio sul sito del telegiornale.
Qual è la domanda del sondaggio?
«Il dramma di Sarah, perché è così seguito?»

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Appena si seppe della notizia dell’ormai celebre video che smaschera i plagi di Luttazzi avevo pensato di scriverci qualcosa. Poi ognuno ha detto la sua, il video ha fatto il giro del web, e mi sembrava superfluo aggiungere altro. Fra l’altro dopo i due post sul suo rapporto coi Griffin (qui e qui) poteva sembrare che io ce l’avessi col comico quando, almeno fino a poco fa, lo stimavo profondamente. Ma una riflessione (di cui pure qualcuno avrà probabilmente già scritto) bisogna farla: al popolo del web non si sfugge. Una dei pregi di internet, e della sua interattività, e proprio questo: se dici  una sciocchezza sta sicuro che prima o poi la cybergiustizia ti becca. Anche se la sciocchezza la dici su un altro mezzo, giornale o televisione che sia. Il caso di Luttazzi, smascherato dagli stessi ammiratori, è esemplare.

Ma esemplare è anche il mettere alla gogna l’orwelliana manipolazione che il tg1 (e non solo lui) ha fatto per la notizia dei sette anni di carcere a Dell’Utri. Chi è abituato alla ricezione passiva della tv, si è subito il servizio e stop. Su internet no. Su internet queste cose subdole si notano e si fanno notare. Anzi, a volte il gioco tende a degenerare: lo sbugiardare crea una sorta di goduria intellettuale, tanto che a volte si esagera diffondendo notizie nemmeno accertate per il solo fatto che sembrano rivelare cose taciute dai tg ufficiali (due casi per tutti: l’emendamento D’Alia, e il recente emendamento 1707, che ancora circolano indisturbati nel web).

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Non sono abituato alle catene di sant’antonio. Le odio a morte, per tutta l’aurea di superficialità che circonda chi le scrive e chi le condivide.
Ma stavolta faccio un’eccezione.

Una mia amica dell’Aquila mi ha inviato questa.

“Ieri mi ha telefonato l’impiegata di una società di  recupero crediti, per conto di Sky. Mi dice che risulto morosa dal mese di settembre del 2009. Mi chiede come mai. Le dico che dal 4 aprile dello scorso anno ho lasciato la mia casa e non vi ho più fatto ritorno. Causa terremoto. Il decoder sky giace schiacciato sotto il peso di una parete crollata. Ammutolisce. Quindi si scusa e mi dice che farà presente quanto le ho detto a chi di dovere. Poi, premurosa, mi chiede se ora, dopo un anno, è tutto a  posto. Mi dice di amare la mia città, ha avuto la fortuna di  visitarla un paio di anni fa. Ne è rimasta affascinata. Ricorda in particolare una scalinata in selci che scendeva dal Duomo verso la basilica di Collemaggio. E mi sale il groppo alla gola. Le dico che  abitavo proprio lì. Lei ammutolisce di nuovo. Poi mi invita a raccontarle cosa è la mia città oggi. Ed io lo faccio. Le racconto del  centro militarizzato. Le racconto che non posso andare a casa mia  quando voglio. Le racconto che, però, i ladri ci vanno  indisturbati. Le racconto dei palazzi lasciati lì a morire. Le racconto dei  soldi che non ci sono, per ricostruire. E che non ci sono neanche per  aiutare noi a sopravvivere. Le racconto che, dal primo luglio,  torneremo a pagare le tasse ed i contributi, anche se non lavoriamo. Le  racconto che pagheremo l’i.c.i. ed i mutui sulle case distrutte. E  ripartiranno regolarmente i pagamenti dei prestiti. Anche per chi non ha  più nulla. Che, a luglio, un terremotato con uno stipendio lordo di  2.000 euro vedrà in busta paga 734 euro di retribuzione netta. Che non  solo torneremo a pagare le tasse, ma restituiremo subito tutte  quelle non pagate dal 6 aprile. Che lo stato non versa ai cittadini  senza casa che si gestiscono da soli, ben ventisettemila, neanche  quel piccolo contributo di 200 euro mensili che dovrebbe aiutarli a  pagare un affitto. Che i prezzi degli affitti sono triplicati. Senza  nessun controllo.Che io pago ,in un paesino di cinquecento anime,  quanto Bertolaso pagava per un’appartamento in via Giulia, a Roma.  La sento respirare pesantemente.

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Angelo si alza di buon ora. Come sempre.
Come sempre, la domenica, a metà mattinata scende in piazza per comperare il giornale.
I bambini si rincorrono fra i sampietrini; il ronzio dei vari motorini si perde in un sottofondo in cui predominano le campane. Dòn! Dòn Dòn!
Sembrano voler incitare a tutti i costi il buon umore. Anche contro voglia.

Angelo siede sulla panchina che dà le spalle alla chiesa. Come sempre.
Lontana dalla marmaglia domenicale, gli permette di osservare il rituale involontariamente costruitosi intorno a quel quotidiano.
Assicuratosi l’isolamento dalle facce conosciute, innalza la Repubblica come a volerla immolare a un Dio curioso.
Dopodiché, armato di occhiali e ardore religioso per questi suoi attimi di quiete festiva, si dà all’approfondimento dei fatti del giorno prima.
Come sempre.

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Quando fui ormai stufo di aspettare un treno troppo altezzoso chiesi a un uomo di rinfacciarmi l’orario. Forse per controllare lo stato di salute del mio orologio. Forse per puro masochismo.
Sta di fatto che appena solo mi avvicinai a quell’uomo, lui si strinse il bagaglio tra le braccia.

Era un bagaglio becero. Con una cerniera allentata dalla fatica e un marchio che sembrava volersi scucire dalla vergogna. Eppure l’uomo se lo stringeva in grembo. Come un figlio da difendere.
Non voglio pensare che contenesse chissà quale tesoro. Anzi, mi piace pensare che lí dentro non ci fosse assolutamente nulla. Perché l’uomo che abbraccia il bagaglio è un emblema sociale.

L’uomo che abbraccia il bagaglio è figlio legittimo dei vari Studi Aperti, della notizia sensazionalistica, del piacere nel raccontare la violenza.
È l’ingenuità del pregiudizio che sposa la malignità dello stereotipo; la praticità di un mondo catalogato alla quale si aggiunge il timore di sbagliare pensando fuori catalogo. Perché a Napoli i ragazzi son tutti ladri e in generale si è tutti troppo furbi. “Ca’ nisciun è fess”, recitava Totò, e d’altra parte lo testimoniano pure le notizie di questi giorni che vedono una cinquantina di arresti alla regione Campania.

Perché in fondo al napoletano lo stereotipo del furbo, del camorrista, fa piacere. Lo fa sentire potente. Lo infastidisce solo quando poi di Napoli si parla male. E allora lí subito a difenderla, tirando in ballo un altro stereotipo. Stavolta positivo. Quello che vede i partenopei come una fratellanza allegra e forte, capace di sventrare il disagio sociale con una battuta, sempre e comunque. Ma un diffuso malessere alla lunga rompe l’allegria anche ai piú dotati di verve comica; e se il napoletano furbo ancora sopravvive, quello allegro inizia a soccombere, portando alla spaventosa soluzione dei furbi arrabbiati. A meno che la parte genuina – e pure viva! – di Napoli non inizi a farsi sentire.

Perché in fondo, l’uomo che abbraccia il bagaglio, è colpa nostra.