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Torna la stagione autunnale, e ricomincia Che tempo che fa.
Torna il buon Fazio, che riconferma l’amore per De André (la sua Dolcenera diventa la sigla ufficiale di queste edizione), la stima per Saviano (da domani inizierà il tanto atteso programma co-condotto dall’autore di Gomorra e dallo stesso Fazio), l’amicizia che lo lega a Ligabue (primo ospite della prima puntata), e il sadismo contro il povero simpatico Silvio Orlando.

De André, Saviano, Ligabue… torna tutto, insomma.  Tutto già visto; niente di realmente nuovo.
Beh, sì, a parte lo studio. E la grafica.

ne vogliamo parlare?

Ma veramente?

Ho avuto l’impressione che gli autori di quest’edizione siano stati mossi da un’eccessiva ricerca di sobrietà. Tutto è serio. La prima puntata, manco a parlarne: l’anteprima vede il vicesindaco di Pollica che ricorda Angelo Vassallo, assieme alla moglie di lui. Poi inizia il programma: arriva Ligabue, che però parla di cose serie – presenta un documentario sull’Italia. Infine c’è il momento “eccellenze” con Veronesi (non il regista, l’altro). L’unica parte un po’ più serena è stata quella del sempre gradito Gramellini a fine puntata. La parte comica, insomma.
La stessa grafica (e qui volevo arrivare) è diventata serissima. Siamo proprio lontanti dal Gipi della nuova sigla de Le invasioni barbariche. Il font di “Che tempo che fa”, e la video-scenografia con le foglie che cambiano colore nel corso delle interviste, fanno a botte con i soliti effetti video al limite del pacchiano. Ma una via di mezzo tra serioso e chiassoso no?

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Kasia Smutniak in una scena del film

Una fondamentale premessa: ma quanto è bella Kasia Smutniak?!

Perché andare a vedere La passione? Ok, c’è la Smutniak, ma non basta. Piuttosto perché c’è Corrado Guzzanti. O perché era uno dei film italiani in concorso a Venezia. O anche solo perché l’idea di fondo è simpatica.

Il film mostra bene la passione (appunto) di un modesto cineasta italiano, sbattuto tra le intrusioni delle televisioni (ne parlavo ieri) e i compromessi cogli sguaiati enti pubblici.

Il regista (un Silvio Orlando un po’ fiacco) non fa film da cinque anni, ed ottiene finalmente una nuova possibilità grazie a un amico attore e stronzo, che lo propone  per dirigere la nuova starlet televisiva (una brava Cristiana Capotondi). Ma in una passione che si rispetti, ci deve essere un Giuda. Stavolta, a tradire il povero regista, è l’ispirazione.

Sono esemplari allora le sequenze in cui il protagonista cerca a tutti i costi l’ispirazione, sintesi della mediocrità e della mancanza di fantasia (non sempre) italiana. Il regista pensa allora a un’eventuale storia di una maestrina ottocentesca, accessoriata di bambino sofferente per la morte del padre. O ancora pensa alla storia della donna piratessa che diventa regina dei mari (per quanto sia uno spunto orribile, sarebbe finalmente innovativo per il cinema italiano contemporaneo).

Il regista si trova  infine a dover fronteggiare l’attrice. Zero idee. Si guarda un po’ intorno, pensa alla vicina di casa che sta spiando da qualche giorno (ché ogni regista è un po’ stalker) e butta al volo un’idea: la storia di una ragazza che convive con un musicista in un paesino di provincia. Le cose vanno male, e il musicista parte per la Finlandia per una tournée (?). La ragazza però, colpo di scena, è incinta. Decide allora di ricercare il proprio amore fino in capo al mondo. Lo cerca e non lo trova. Finalmente trova la lista delle date del tour del fidanzato (?), quindi si reca a un suo concerto. Sta per avvicinarsi, ma lo trova (colpo di scena) a baciarsi con una finlandese. E a questo punto ci sta bene un “eccetera”.

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